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Il Milan Approach identifica quel modello sistemico relazionale sviluppato a Milano all’inizio degli anni ’70 come terapia familiare. Questo modello fu fondato da Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata per poi dividersi negli anni ’80 in diversi altri gruppi. L’attuale modello sistemico, quello della Scuola di Milano, lavora anche con il singolo, oltre che con le famiglie. Si è sviluppato attraverso una serie di esperienze di ricerca, di consulenza e terapia con famiglie e coppie, utilizzando nel tempo, dapprima l’approccio sistemico-strategico del Menal Research Institut (MRI) di Palo Alto (Boscolo e Bertrando, 2008) per poi arricchirsi prima dai contributi del costruttivismo (E. von Glaserfeld e altri) e della cibernetica di secondo ordine (H. von Foerster e alri), poi del costruzionismo (Gergen e altri), della narrativa (M. White) e dell’ermeneutica. Possiamo tuttavia dire che l’epistemologia comune che li sottende derivi dal pensiero ecologico e cibernetico di G. Bateson. La terapia del Milan Approach quindi, non è principalmente rivolta alla soluzione dei problemi ma al cambiamento delle premesse epistemologiche (Bateson, 1972), della “visione del mondo” del cliente o, in altri termini, del cambiamento della storia in cui il cliente è immerso (Boscolo e Bertrando, 2008). Anche la diagnosi viene vista con altri occhi. Infatti il Milan Approach si muove dal modello nosografico psichiatrico tradizionale, che classificando la differenza tra normale e ciò che è anormale, rischia di essere intrappolata in interazioni con i pazienti che auto-confermano la diagnosi stessa. Il Milan Approach la considera come quel particolare gioco linguistico che porta alla reificazione e conseguente semplificazione di una realtà complessa (Boscolo e Bertrando, 2008). Nel contesto terapeutico sistemico relazionale, la patologia diagnosticata viene intesa come espressione di un disagio che coinvolge tutto il sistema familiare nella sua struttura ed organizzazione. Proprio per questo la terapia del Milan Approach predilige gli incontri con il Sistema Familiare. Tuttavia quando si rende impossibile coinvolgere i componenti della famiglia si può creare un contesto terapeutico con il singolo individuo. In sintonia con l’idea che una terapia che non funziona, se procrastinata, finisce per indurre peggioramenti, il Milan Approach ha scelto di utilizzare un numero limitato di incontri (dai 10 ai 20 massimo) in un tempo relativamente breve di 1 anno o 2 a seconda dei casi con intervalli di tempo dai 15 ai 30 giorni tra una seduta e l’altra.

Può essere consigliata la terapia sistemica individuale per i seguenti casi:
  • Adolescenti e giovani adulti che, al termine di una terapia di famiglia o di coppia in cui si sono risolti più o meno completamente i conflitti intrafamiliari responsabili del disagio individuale o collettivo, sentono il desiderio di proseguire individualmente.
  • Adolescenti o adulti che rifiutano fin dall’inizio un intervento sulla famiglia.
  • Un coniuge che chiede una terapia di coppia rifiutata fin dalla prima seduta dall’altro coniuge.
  • Un coniuge separato o divorziato che richiede una terapia di coppia o di famiglia, ufficialmente per coinvolgere l’altro coniuge adducendo il problema (vero o falso che sia) dei figli, ma con lo scopo segreto di negare la separazione.
  • I casi in cui i famigliari apertamente rifiutano di presenziare alle sedute. (Boscolo e Bertrando, 2008).

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca o colore dei vestiti, chi non rischia, chi non parla a chi non conosce. Lentamente muore chi evita una passione, chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni; emozioni che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti agli errori ed ai sentimenti! Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, chi rinuncia ad inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia e pace in sè stesso. Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna. Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare! Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
(P. Neruda).

 
 
Follia e creazione.
Il caso clinico come esperienza letteraria
Pietro Barbetta
Come si presenta il caso, come si scrive, si racconta, come le memorie e le riflessioni autobiografiche, il confronto tra molteplici testimoni, tra diversi stili di scrittura e conversazione, assumono posizioni prospettiche differenti; queste le questioni chiave del libro. L'idea di caso non si limita al caso clinico; si tratta di ridisegnare la riflessione sull'evento (la contingenza) partendo dalla letteratura, immaginare alcune forme del racconto clinico diretto e indiretto per far emergere l'unicità preziosa, spesso dimenticata dalla foga esplicativa, dalla categorizzazione che cancella il singolare. Il libro si presenta anche come una critica radicale ai modi riduttivi del discorso clinico dominante nell'epoca post-moderna, neoliberale, al cinismo scientista nascosto dietro la tecnologia, che emerge nell'intertestualità di pratiche oppressive.