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L' Attacco di Panico è la forma più grave di ansia in cui un individuo è improvvisamente travolto da uno stato di terrore, senza alcun motivo valido.
Il DSM IV definisce l'episodio di panico come un periodo d'intensa paura o disagio, durante il quale sono presenti almeno quattro sintomi sui tredici elencati: tachicardia o palpitazioni; sudorazione; tremori; dispnea o sensazione di soffocamento; sensazione di asfissia; dolore o fastidio al petto; nausea o disturbi addominali (diarrea, bruciore allo stomaco, difficoltà di deglutizione); sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento; derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi); paura di perdere il controllo o di impazzire; paura di morire; parestesie (sensazioni di torpore o formicolio); brividi o vampate di calore. Tali sintomi si sviluppano improvvisamente e raggiungono il picco in una decina di minuti. Nel corso di un attacco non vi è un pericolo oggettivo, la sensazione di essere in pericolo è un'angoscia che proviene dall'interno e che minaccia l'integrità psicologica della persona. Il timore che possa accadere un altro attacco induce un evitamento di luoghi e situazioni contestuali agli attacchi di panico e l'emergere di sentimenti di ansia e di preoccupazione, fenomeno, quest'ultimo, che favorisce lo strutturarsi di una sintomatologia depressiva.
Solitamente l'esordio è in tarda adolescenza, ma gli attacchi possono presentarsi improvvisamente senza apparente motivo oppure in momenti di passaggio della vita che richiedono importanti cambiamenti (es.: passaggio dalla fase adolescenziale a quella adulta, matrimonio, nascita di un figlio, separazione, perdita del posto di lavoro ecc.).
Ricerche cliniche hanno evidenziato che le persone che soffrono di attacchi di panico presentano tipiche caratteristiche di personalità: difficoltà ad esprimere le proprie necessità connesse all'esigenza di piacere agli altri, valutazione di sé che dipende dal perseguire e raggiungere standard elevati di prestazione, eccessiva sensibilità all'ambiente circostante e, talvolta, intolleranza alle costrizioni e a tutte le situazioni di vita che le rappresentano simbolicamente, quali per esempio il matrimonio, la nascita di un figlio, forzato cambiamento o perdita del lavoro, ecc.
L'intervento terapeutico deve essere indirizzato su due piani: uno teso alla gestione e alla risoluzione del sintomo, l'altro diretto al rendere più elastica e dinamica la struttura di personalità favorendo lo sviluppo graduale di una maggiore consapevolezza di se stessi e della propria autostima.
Nella maggior parte dei casi è meglio evitare l'utilizzo di psicofarmaci. E' stato dimostrato, su un campione di migliaia di casi, che il trattamento d'elezione è la Psicoterapia Breve Strategica che permette di risolvere un disturbo d'ansia in una percentuale superiore al 90% in una media di 10 sedute.

C’era una volta un povero contadino che poteva permettersi solo un cavallo. L’uomo lo trattava con cura, ma una notte d’estate, il cavallo trovò un punto debole nel recinto e fuggì. Quando i vicini seppero dell’accaduto, andarono dal contadino per manifestargli il loro rammarico. 'Che sfortuna', dissero. Al che l’uomo rispose: 'Forse si, forse no'.
Di lì a una settimana, il cavallo tornò alla fattoria con altri sei cavalli selvaggi al seguito. Il contadino e suo figlio riuscirono a rinchiuderli tutti e sette nel recinto. Di nuovo vennero i vicini in visita. 'Che gran fortuna', dissero. Al che l’uomo rispose: 'Forse si, forse no'.
Il figlio del contadino iniziò subito a domare i nuovi arrivati. Mentre tentava di cavalcare lo stallone roano, fu sbalzato violentemente a terra e finì quasi calpestato, rompendosi una gamba. I vicini accorsero. 'Che sfortuna terribile', dissero. Al che l’uomo rispose: 'Forse si, forse no'.
Il giorno seguente arrivarono al villaggio dei soldati. Due signori della guerra erano in lotta fra loro e uno aveva ordinato l’arruolamento forzato di tutti i maschi giovani del villaggio. A causa della gamba rotta, il figlio del contadino fu il solo a non dover partire per il fronte. Di nuovo, i vicini accorsero. 'Che incredibile fortuna', dissero. Al che l’uomo rispose: 'Forse si, forse no'.

 
 
Follia e creazione.
Il caso clinico come esperienza letteraria
Pietro Barbetta
Come si presenta il caso, come si scrive, si racconta, come le memorie e le riflessioni autobiografiche, il confronto tra molteplici testimoni, tra diversi stili di scrittura e conversazione, assumono posizioni prospettiche differenti; queste le questioni chiave del libro. L'idea di caso non si limita al caso clinico; si tratta di ridisegnare la riflessione sull'evento (la contingenza) partendo dalla letteratura, immaginare alcune forme del racconto clinico diretto e indiretto per far emergere l'unicità preziosa, spesso dimenticata dalla foga esplicativa, dalla categorizzazione che cancella il singolare. Il libro si presenta anche come una critica radicale ai modi riduttivi del discorso clinico dominante nell'epoca post-moderna, neoliberale, al cinismo scientista nascosto dietro la tecnologia, che emerge nell'intertestualità di pratiche oppressive.