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Quali sono gli interventi possibili per risolvere un problema mentale?
Essenzialmente possiamo distinguere due grandi categorie di interventi: l'approccio medico psichiatrico/neurologico e l'approccio psicoterapeutico; esiste anche la possibilità di un intervento integrato dei due approcci.

Quando è preferibile un intervento psicoterapeutico e quando uno psicofarmacologico?
Attualmente, tra i ricercatori più illuminati ed i professionisti più aggiornati, sta emergendo sempre più una forma di collaborazione tra coloro che utilizzano l'approccio farmacologico e coloro che utilizzano l'approccio psicologico. Da questa collaborazione emerge che alcuni disturbi necessitano di una prevalenza di terapia farmacologica (depressione, psicosi ecc.) che trova grande supporto terapeutico, tuttavia, in una parallela e complementare forma di psicoterapia. Così come, altre forme di disturbo psichico e comportamentale (fobie, ossessioni, disturbi alimentari ecc.) necessitano, al contrario, di una predominanza della psicoterapia. Ossia, in questi casi, la psicoterapia gioca il ruolo dominante e l'apporto farmacologico può essere un utile supporto iniziale, che poi va ridotto fino a zero in concomitanza con la evoluzione della psicoterapia.
Tutto ciò sta a significare che nelle patologie di tipo nevrotico (es.: disturbi d'ansia, disturbi alimentari ecc.) la psicoterapia (naturalmente quella efficace ed efficiente) appare il trattamento elettivo, anche se può essere utile un supporto farmacologico; mentre nelle patologie di tipo psicotico (es.: schizofrenia, paranoia ecc.) il trattamento elettivo risulta quello farmacologico, anche se l'apporto di una buona psicoterapia può rendere i risultati più rapidi ed effettivi.

Quali sono i principali strumenti dell'approccio psichiatrico?
Il primo problema che l'approccio psichiatrico si pone è quello di fare una diagnosi, cioè individuare, sulla base della presenza di determinati sintomi, un quadro patologico al quale dare un nome. Fatta la diagnosi, e individuato il disturbo, si passa all'intervento vero e proprio che può essere diverso a seconda della diagnosi stessa.

Quali sono i principali interventi dell'approccio psichiatrico ai disturbi mentali?
L'intervento più diffuso è rappresentato dall'utilizzo degli psicofarmaci; ancora utilizzato, anche se molto meno rispetto al passato e soltanto per la cura(?) di alcuni disturbi (per esempio la depressione), è l'elettroshock; a volte, se il medico psichiatra o neurologo ha seguito e superato un corso specialistico, può essere utilizzata la psicoterapia.

Quali sono le principali categorie di psicofarmaci?
Semplificando, possiamo dividere gli psicofarmaci in tre grandi categorie: ansiolitici, antidepressivi e antipsicotici.

A cosa servono e quali sono le caratteristiche principali degli ansiolitici?
Gli ansiolitici vengono spesso prescritti per controllare l'ansia, lo stress, la tensione e per favorire il sonno. Nel controllo dei disturbi d'ansia particolare rilievo assume una categoria di farmaci, le benzodiazepine. Gli effetti fondamentali delle benzodiazepine sono quelli ansiolitico, quello ipnotico, quello anticomiziale e quello miorilassante. Una benzodiazepina sarà indicata come ansiolitico se la sua vita media (cioè il tempo necessario perché la sua concentrazione nel sangue si dimezzi) è abbastanza lunga, mentre nel caso contrario (e se la velocità di riassorbimento è molto rapida) sarà indicata essenzialmente come ipnotico. L'effetto di questi farmaci è essenzialmente quello di bloccare lo svilupparsi dello stato ansioso, tamponandolo. Pertanto il loro effetto è principalmente sintomatico. Gli ansiolitici permettono di controllare, in parte, il sintomo, ma non aiutano a risolvere il problema. Numerose ricerche hanno dimostrato che il trattamento più afficace ed efficiente dei disturbi d'ansia è la Psicoterapia Breve Strategica

A cosa servono e quali sono le caratteristiche principali degli antidepressivi?
I farmaci antidepressivi (triciclici o inibitori delle monoaminossidasi) svolgono un ruolo di primo piano nel trattamento dei diversi quadri di tipo depressivo (disturbo bipolare, depressione maggiore, distimia). E' importante notare come l'effetto antidepressivo insorga dopo circa quindici-trenta giorni dall'inizio della terapia; il paziente deve essere a conoscenza di ciò affinchè non interrompa troppo precocemente la terapia, ritenendola inefficace. Per quanto riguarda gli inibitori delle monoaminossidasi è importante sapere che non devono essere assunti, in genere, assieme ad altri antidepressivi o a cibi particolari (es.: formaggio, birra, vino, liquori, insaccati); in ogni caso, prima di associare qualunque farmaco a queste terapie è bene consultare un medico.

Quanto deve essere continuata una terapia antidepressiva?
Anche se non è facile dare una risposta valida per tutti i casi, possiamo dire per diversi mesi dopo il miglioramento clinico e questo per evitare ricadute precoci che, in caso contrario, risultano frequenti. Per favorire e consolidare il miglioramento, e per ridurre il rischio di ricadute, risulta fondamentale associare alla cura farmacologica un intervento psicoterapeutico.

A cosa servono e quali sono le caratteristiche principali degli antipsicotici?
Gli antipsicotici (o neurolettici) sono gli psicofarmaci più utilizzati nella terapia dei disturbi psicotici (schizofrenia, disturbo delirante paranoide ecc.). Vengono utilizzati essenzialmente per contenere numerosi sintomi o comportamenti come ad esempio: accelerazione dell'eloquio, agitazione, aggressività, allucinazioni, ansia, bizzarrie del pensiero e dell'espressione, delirium, euforia, idee deliranti o paranoidi, iperattività, ostilità, tendenza suicida, violenza.
Diversi farmaci antipsicotici non differiscono fra loro quanto ad attività antipsicotica; la scelta avviene in base all'effetto sedativo desiderato ed in base agli effetti collaterali. Per alcuni antipsicotici (es.: aloperidolo e flufenazina) esiste una formulazione depot (cioè di una forma somministrabile per via iniettiva una volta ogni quindici-trenta giorni), ciò permette di semplificare la terapia in quei pazienti che rifiutino una terapia giornaliera. Tutte le terapie con neurolettici debbono essere seguite sotto stretto controllo medico e l'insorgenza di effetti collaterali deve essere riportata prontamente al medico.

E' vero che gli psicofarmaci di nuova generazione non presentano effetti collaterali?
Assolutamente no! Anche se la ricerca farmacolagica sta riducendo gli effetti collaterali degli psicofarmaci, non esiste uno psicofarmaco che non produca effetti collaterali. Sono numerosissime le ricerche che dimostrano la presenza di effetti collaterali, anche gravi, dovuti all'utilizzo di psicofarmaci.

E' giustificato l'uso così diffuso degli psicofarmaci?
No, rispetto all'effettivo bisogno c'è un uso spropositato di psicofarmaci. Per esempio, è ormai dimostrato che i disturbi d'ansia possono essere risolti, anche nel giro di pochi mesi, con una psicoterapia adeguata; nonostante ciò la maggioranza delle persone che ne soffrono non inizia una psicoterapia e preferisce utilizzare sostanze farmacologiche che le aiutano a controllare, in parte, il sintomo, ma che non permettono di risolvere il problema.

Come mai l'utilizzo di psicofarmaci è così diffuso?
Le cause dell'abuso, e dell'uso inadeguato, di psicofarmaci sono molteplici. Ne riportiamo quattro particolarmente importanti: 1) la maggior parte dei medici di base consiglia l'utilizzo di psicofarmaci anzichè la psicoterapia; purtroppo sono ancora pochi i medici che conoscono l'effettiva utilità delle psicoterapie, anche se il numero sta lentamente ma progressivamente aumentando; 2) gli psicofarmaci sono tra i migliori affari delle multinazionali del farmaco e producono giri di affari di miliardi in tutto il mondo; 3) l'informazione di massa (TV, radio, giornali, riviste, internet ecc.) spesso risulta poco attendibile, fornisce informazioni di parte e incomplete, a volte veicolate ad arte per far intendere che l'unica soluzione ad un problema psicologico sia l'utilizzo di un determinato approccio o di un determinato farmaco; 4) la tendenza delle persone è di lasciarsi convincere all'utilizzo degli psicofarmaci miracolosi in quanto richiedono un impegno personale minimo (assumere la dose giornaliera) rispetto a un intervento psicoterapeutico. Così facendo ci si deresponsabilizza e ci si affida completamente al farmaco innescando un circolo vizioso che può portare alla dipendenza dalla sostanza assunta.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca o colore dei vestiti, chi non rischia, chi non parla a chi non conosce. Lentamente muore chi evita una passione, chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni; emozioni che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti agli errori ed ai sentimenti! Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, chi rinuncia ad inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia e pace in sè stesso. Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna. Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare! Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
(P. Neruda).

 
 
Follia e creazione.
Il caso clinico come esperienza letteraria
Pietro Barbetta
Come si presenta il caso, come si scrive, si racconta, come le memorie e le riflessioni autobiografiche, il confronto tra molteplici testimoni, tra diversi stili di scrittura e conversazione, assumono posizioni prospettiche differenti; queste le questioni chiave del libro. L'idea di caso non si limita al caso clinico; si tratta di ridisegnare la riflessione sull'evento (la contingenza) partendo dalla letteratura, immaginare alcune forme del racconto clinico diretto e indiretto per far emergere l'unicità preziosa, spesso dimenticata dalla foga esplicativa, dalla categorizzazione che cancella il singolare. Il libro si presenta anche come una critica radicale ai modi riduttivi del discorso clinico dominante nell'epoca post-moderna, neoliberale, al cinismo scientista nascosto dietro la tecnologia, che emerge nell'intertestualità di pratiche oppressive.