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Sono una signora di mezza età, ho una figlia che da tre anni è all'Università e un marito con lavoro autonomo. Non so più cosa fare, da alcuni anni sono costantemente insoddisfatta, i miei familiari mi dicono che non mi sopportano più e che gli rendo la vita pesante. Mi sono sempre fatta in quattro per loro, ci sono sempre stata quando erano in difficoltà, ho sempre fatto di tutto per farli stare bene: anche se non mi piace e mi pesa, la casa è sempre pulita, i vestiti sono stirati, il giardino è in ordine... anche ora che mi sento a terra! Loro però sembra che non mi capiscano, che non mi vogliano aiutare... dopo tutto quello che ho fatto per loro!

Cara signora, posso immaginare quanta è la sua frustrazione e quanto la far star male sentire che i suoi familiari non la capiscono e che ora, dopo una vita di sacrifici per gli altri, non si sente supportata. La situazione che sta vivendo è molto diffusa, soprattutto fra le persone di mezza età. Deriva essenzialmente da un fattore: ha impostato la sua vita ad occuparsi degli altri, i bisogni degli altri vengono sempre prima dei suoi; è diventata così "brava" che gli altri non le devono chiedere alcunchè e lei ha già fatto quello che serve a loro. In altre parole: il senso della sua vita è diventato il sacrificio per gli altri! E' proprio questo il problema, ora gli altri stanno bene e lei si sente insoddisfatta.
Che fare? Innanzitutto, anche se le risulterà difficilissimo, ricominciare a pensare a se stessa. Da quanto tempo non si chiede più "Cosa ho voglia di fare?", "Quali sono i miei interessi?", da quanto tempo non fa cose esclusivamente per se stessa? Bene, è ora di ricominciare ad andare in questa direzione. L'altra cosa fondamentale da modificare è cominciare ad evitare di fare cose per gli altri che non le sono state espressamente richieste. Non c'è modo migliore di soddisfare le esingenze degli altri senza che ce le hanno richieste per essere percepiti come persone invadenti, insensibili e pedanti. Al contrario, se aspettiamo che gli altri ci chiedano di far loro un favore, ciò che facciamo assumerà valore e ce ne saranno riconoscenti.
Spero siano chiare le due strade da cominciare a seguire, se deciderà di andare in quelle direzioni fra qualche mese si accorgerà che le sue giornate ruoteranno intorno ad attività personali per lei piacevoli e le persone vicino avranno cominciato a chiederle dei favori e, soprattutto, a ringraziarla per quello che fa.
Ricordiamoci sempre che soltanto chi ama, rispetta se stesso e riesce a stare bene può sinceramente amare, rispettare e far star bene gli altri.

E’ molto più facile proporre mete ideali e astratte
e trovare seguaci entusiasti,
che risolvere i problemi concreti.
(K. Popper)

 
 
Follia e creazione.
Il caso clinico come esperienza letteraria
Pietro Barbetta
Come si presenta il caso, come si scrive, si racconta, come le memorie e le riflessioni autobiografiche, il confronto tra molteplici testimoni, tra diversi stili di scrittura e conversazione, assumono posizioni prospettiche differenti; queste le questioni chiave del libro. L'idea di caso non si limita al caso clinico; si tratta di ridisegnare la riflessione sull'evento (la contingenza) partendo dalla letteratura, immaginare alcune forme del racconto clinico diretto e indiretto per far emergere l'unicità preziosa, spesso dimenticata dalla foga esplicativa, dalla categorizzazione che cancella il singolare. Il libro si presenta anche come una critica radicale ai modi riduttivi del discorso clinico dominante nell'epoca post-moderna, neoliberale, al cinismo scientista nascosto dietro la tecnologia, che emerge nell'intertestualità di pratiche oppressive.